Ci sono violenti scontri domenica a Tirana, capitale dell’Albania, durante la sesta protesta nazionale organizzata dal Partito Democratico (DP) di opposizione contro il governo di Edi Rama.
Migliaia di sostenitori si sono radunati lungo il viale Dëshmorët e Kombit, vicino all’Ufficio del primo ministro, segnando l’anniversario della vittoria del DP nelle prime elezioni pluraliste dell’Albania, il 22 marzo 1992, dopo la caduta del comunismo. La data simbolica ha incorniciato la manifestazione come un appello a un rinnovato pluralismo politico, alla responsabilità e alla fine della presunta corruzione.
La protesta è iniziata pacificamente, con i sostenitori che hanno marciato dalla sede del DP verso il centro di Tirana, guidati dal leader del partito Sali Berisha e da figure di rilievo. Slogan contro il governo e Rama hanno risuonato per le strade, e la protesta ha evitato volutamente i discorsi tradizionali, privilegiando richieste di azione rispetto alla retorica.
Le tensioni sono aumentate quando i manifestanti si sono avvicinati alle zone governative soggette a restrizioni. I dimostranti hanno lanciato molotov, fuochi d’artificio, razzi e altri dispositivi pirotecnici contro diverse istituzioni statali, tra cui l’Ufficio del primo ministro, vari ministeri (Interno, Infrastrutture ed Energia), il Parlamento, la Banca d’Albania, il Comune di Tirana e l’Agenzia Nazionale per la Società dell’Informazione (AKSHI). Gli scontri si sono estesi ad aree come piazza Skënderbej e nei pressi del Parlamento, dove sono stati presi di mira veicoli della polizia, con alcune segnalazioni di mezzi dati alle fiamme.
La polizia ha risposto con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e equipaggiamento antisommossa per disperdere la folla e proteggere gli edifici. L’intervento è stato particolarmente intenso nei pressi dell’edificio dell’AKSHI e di altri siti, causando feriti da entrambe le parti. Almeno 16 agenti di polizia sarebbero rimasti feriti in scontri simili recenti, con arresti effettuati.
Berisha, in testa al corteo, è stato colpito dai lacrimogeni, accusando un malessere e dovendo brevemente sedersi; in seguito si è unito nuovamente alla protesta indossando una maschera antigas. I deputati dell’opposizione hanno accusato la polizia di uso eccessivo della forza e di aver ferito cittadini, incluso Berisha, mentre le autorità hanno sostenuto che la risposta fosse necessaria per ristabilire l’ordine.
Le proteste derivano da rimostranze di lunga data dell’opposizione: accuse di manipolazione del voto nelle elezioni precedenti, scandali di corruzione e richieste di dimissioni di Rama e di elezioni anticipate.
Un punto critico resta l’indagine dello SPAK sull’ex vice prima ministro Belinda Balluku, stretta alleata di Rama, accusata di aver concesso indebiti vantaggi in grandi appalti per centinaia di milioni di euro. Balluku è stata sospesa da un tribunale speciale nel novembre 2025, licenziata da Rama nel febbraio 2026, e ha visto il Parlamento – tramite la maggioranza socialista – respingere la richiesta dello SPAK di revocarle l’immunità nel marzo 2026, permettendo al caso di proseguire senza arresto preventivo.
Dal punto di vista del governo, la violenza compromette gli sforzi di integrazione europea dell’Albania e la stabilità istituzionale. Il ministro della Giustizia Toni Gogu e il leader del Partito Socialista Taulant Balla hanno condannato gli attacchi contro gli edifici statali, sostenendo che la violenza di piazza contraddice le norme democratiche e le aspirazioni europee. Hanno inoltre accusato l’opposizione di ipocrisia per aver esposto bandiere dell’Unione europea mentre compiva atti distruttivi.
Il DP descrive le proteste ripetute come una pressione necessaria contro quello che percepisce come un eccesso di potere dello Stato e la corruzione, insistendo sulla necessità di un governo tecnico per garantire elezioni eque. In assenza di una soluzione chiara, lo stallo approfondisce la polarizzazione politica, limita il dialogo e rischia di danneggiare ulteriormente l’immagine internazionale dell’Albania in una fase cruciale dei negoziati di adesione all’Unione.
Le prossime settimane metteranno alla prova se prevarranno i canali istituzionali o il continuo ricorso alla mobilitazione di piazza per affrontare queste profonde divisioni.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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